il caso

Marijuana come terapia, archiviata l’inchiesta

Coltivavano in casa la cannabis, ma era per motivi di salute: «Ecco i certificati» Accolte le ragioni di una coppia della Valsugana: ma i 2 chili sono stati confiscati

TRENTO. Avevano due chili di marijuana in casa e una piccola serra artigianale installata in uno stanzino, ma per la giustizia il caso è stato archiviato, considerate soprattutto le condizioni di salute dei due indagati, una coppia di genitori della Valsugana. È l’ultimo atto della battaglia portata avanti dalla comunità - sempre più numerosa - che crede nell’utilizzo della cannabis a scopo terapeutico, ma è stata la stessa procura della Repubblica a chiedere l’archiviazione (dopo aver letto la memoria difensiva presentata dall’avvocato difensore degli indagati) con un atto che porta la firma del pm anti-droga della procura della Repubblica di Trento, Davide Ognibene.

Per capire questa vicenda bisogna tornare alla primavera scorsa quando i carabinieri entrarono nell’abitazione della coppia e sequestrarono una ventina di piantine di marijuana e vari sacchetti contenenti sostanza stupefacente. L’uomo guidò subito i carabinieri verso uno stanzino dove era stata allestita una piccola serra, ma fece anche vedere i certificati medici che prescrivevano l’utilizzo di cannabis per lui, per la sua compagna e per uno dei figli della coppia che soffre di autismo: «La coltiviamo a scopo terapeutico». Ma la giustizia proseguì comunque lungo la sua strada, per verificare se davvero (come sostenevano alcune voci di paese) quella casa della Valsugana era anche il punto di riferimento per altri consumatori. Il sospetto - insomma - è che dietro quei due chili di stupefacente trovati in casa ci fosse (anche) un’attività di spaccio. Su questo fronte non sono state trovate prove, c’erano invece - come ha sottolineato l’avvocato difensore Carlo Alberto Zaina, specializzato nell’uso terapautico della cannabis - particolari esigenze sanitarie che hanno portato la coppia a coltivare in casa la marijuana, proprio per evitare di rivolgersi (a loro volta) agli spacciatori.

È la donna a chiarire la situazione: «È da tempo che utilizziamo questa sostanza per i nostri problemi di salute, ma si tratta di una strada tutta in salita: prima i prezzi erano troppo elevati, in un momento successivo, quando queste terapie sono diventate a carico del sistema sanitario pubblico, è diventato impossibile trovare la sostanza in farmacia. Che dovevamo fare? Abbiamo scelto di coltivare la cannabis in casa. Questa inchiesta (per fortuna finita bene) è stato il prezzo che abbiamo dovuto pagare per proseguire lungo il nostro percorso terapeutico. Su questo tema c’è ancora tanta ignoranza». Comunque il giudice - visti i certificati medici - ha archiviato il caso. Agli atti dell’inchiesta sono finite anche le analisi della sostanza sequestrata che dimostrano la bassa concentrazione di principio attivo contenuta nella maggior parte delle infiorescenze: sufficiente per l’utilizzo terapeutico, scarsa invece per chi è alla ricerca dell’effetto stupefacente. Dei due chili, analisi alla mano, meno della metà potevano essere definiti stupefacente.

Il decreto di archiviazione risale ad alcune settimane fa e si tratta di una decisione che darà speranza a tante persone che intendono seguire la stessa strada, ma che in realtà si riferisce a una situazione estremamente particolare di cui la

procura (e il giudice che ha disposto l’archiviazione) ha deciso di tenere conto. Resta il fatto che la sostanza sequestrata non sarà restituita (anche se la coppia nutre qualche speranza per la parte a basso principio attivo) e le attrezzature saranno distrutte.

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