rovereto

È morto lo scalatore Armando Aste

Aveva 91 anni ed ha fatto la storia dell’alpinismo dolomitico. Moltissime le vie che ha aperto in Marmolada e sul Brenta

ROVERETO.Ha raggiunto la sua Nedda, salendo l'ultima parete, la più alta. Armando Aste, uno dei più forti rocciatori della storia dell'alpinismo dolomitico, se ne è andato ieri sera, alle 18.25, nella casa di cura Solatrix dove era ricoverato da qualche settimana. Lo vogliamo pensare di nuovo accanto a Nedda, sua moglie, che se ne era andati alcuni anni fa e alla quale aveva dedicato i suoi pensieri e i suoi libri di memorie, pubblicati, uno dietro l'altro, negli ultimi anni di vita. Aste aveva 91 anni: aveva fatto valere la sua tempra di forte uomo di montagna e di lavoratore, qual era stato, perché nella sua vecchiaia aveva superato diversi acciacchi e complicazioni. Sapeva che il destino di tutti gli uomini e le donne per lui si avvicinava, eppure ne parlava così: "de la mort no go paura, ma gnanca no son curios nè go presa" (della morte non ho paura, ma nemmeno ne sono curioso nè ho fretta). Quei suoi adagio dialettali contraddistinguevano la sua loquela e i suoi racconti, con gli occhi che si illuminavano ogni qual volta parlava di montagna. L'alpinismo è stato la sua vita, con le centinaia di salite in Dolomiti, sulle Alpi e in Patagonia, ma gli si farebbe un torto a parlare di lui solo per le imprese compiute sulle pareti. Nato ad Isera il 6 gennaio 1926 e presto stabilitosi a Sacco, paese che non ha più abbandonato, Armando Aste era un fervido cattolico, impegnato come educatore in parrocchia. Non praticò mai l'alpinismo come professione, ma sempre e solo per diletto: era operaio alla Manifattura, e alle scalate dedicava il tempo libero. Fu anche, per breve periodo, consigliere comunale a Rovereto, naturalmente nelle fila della Dc, per poi capire che non era adatto al mondo della politica, lasciata senza alcun rimpianto. La parabola alpinistica di Armando Aste resta simbolo di un'epopea oggi irripetibile. Come egli stesso narrava, le imprese degli alpinisti sono possibili perché questi sono saliti sulle spalle di chi li ha preceduti. E così i rocciatori di oggi devono molto a quanto compì Armando Aste sulle Dolomiti. Imparò proprio osservando le evoluzioni di rocciatori esperti (tra i quali Pino Fox) sulla guglia di Castel Corno. Imitandoli, e grazie ad una eccezionale forza fisica, arrivò ai massimi livelli dell'arrampicata di allora. In pochissimo tempo passò dalla normale del Campanile Basso alle vie di sesto grado. Con grandi compagni di cordata e amici (tra i quali Fausto Susatti, Franco Solina, Marino Stenico, Angelo Miorandi) tra gli anni Cinquanta ed i Settanta aprì vie nuove ai massimi livelli dell'epoca, compì prime invernali e solitarie; nel mezzo le spedizioni in Patagonia, con il culmine nella prima salita alla Torre Sud del Paine. Aste fece parte della prima cordata italiana a superare la nord dell'Eiger. Le sue realizzazioni più significative sono sul Brenta e sulla sud della Marmolada. Passò centinaia di notti in parete, dove invitava sempre i compagni a pregare e a condividere la sua fede. Non ebbe mai incidenti. Interruppe una carriera che poteva ancora raccontare molto per accudire il fratello Antonio, gravemente ammalato, e forse questo vale più di ogni nuova via aperta. Recentemente era stato premiato dalla "sua" Sat di Rovereto, e dal Comune. Rimasto solo, era accudito da una badante e seguito dall'amico Graziano Manica. Scriveva molto, dopo la scomparsa della moglie: in "Commitato" e "Nella luce dei

monti", pubblicati tra 2014 e 2015, aveva condensato memorie e pensieri sulla società odierna. Ieri ha chiuso gli occhi serenamente. Oggi arriverà in città il solo fratello rimasto, che vive in Svizzera. I funerali verranno fissati domenica e si terranno la prossima settimana a Borgo Sacco.

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