TRENTO

Violentata dal marito davanti al loro bimbo

Ribaltata in appello la sentenza di primo grado: condannato a 6 anni e 4 mesi La difesa: non gridò solo perché non voleva che il piccolo fosse traumatizzato

TRENTO. Doveva essere una bella giornata per lui. Il piccolo, un anno e mezzo, era uscito con la giovane mamma da una delle case protette della Provincia, dove la donna era ospite per sfuggire ai maltrattamenti del marito, per incontrare il papà in un “luogo neutro”. Ma quella giornata è finita in una stanza d’albergo, con quell’uomo che poco prima lo aveva fatto giocare, che violentava la mamma. Ieri la Corte d’appello, presieduta dalla giudice Daniela Genalizzi, relatrice la consigliera Anna Maria Creazzo, ha condannato il padre albanese a 6 anni e 4 mesi, oltre al risarcimento alla parte civile di 20 mila euro e all'interdizione dai pubblici uffici.

Una stangata. Che stravolge la sentenza di primo grado, emessa della giudice per l’udienza preliminare Claudia Miori, in cui l’uomo (difeso all’epoca da Matteo Pallanch e Marco Vernillo) era stato riconosciuto responsabile della sola violenza privata e non dell’altra imputazione, ben più pesante, di violenza sessuale aggravata (tra l’altro dal fatto di essere coniuge della vittima). La pena - con il beneficio derivante dal rito abbreviato - era stata di un anno e quattro mesi, meno di un quarto di quella emessa in appello.

Cosa è cambiato? Che in primo grado nella decisione si era dato peso al fatto che la donna non avesse gridato e non si fosse opposta in maniera decisa al rapporto sessuale. Ma quell’atteggiamento apparentemente remissivo - è riuscita a far capire alla Corte l’avvocato di parte civile Chiara Sattin - ad altro non era dovuto che alla volontà di un mamma di evitare traumi al proprio bambino. Che quel giorno doveva passare qualche ora serena con il papà e non assistere ad un abuso, per di più commesso da lui. Una mamma che - stando alla sua versione, che la sentenza d’appello sembra avvalorare - “si è immolata” perché il piccino non si accorgesse di quanto stava accadendo, o non ne fosse turbato come sarebbe avvenuto di fronte ad uno stupro con violenza bruta. E così ha «lasciato» che l’uomo che un tempo aveva amato, approfittasse di lei. Senza opporsi. Come solo una mamma può fare per il bene della sua creatura.

Una vicenda sconvolgente nei suoi contorni psicologici. Il padre, che aveva già patteggiato una pena per maltrattamenti ai danni della moglie, quel giorno aveva incontrato il suo bambino nel luogo “neutro” messo a disposizione in queste situazioni di scontro fra coniugi non più conviventi, poi aveva finto di allontanarsi. Ma quando la moglie era uscita con il piccolo, l’aveva raggiunta costringendola a seguirlo in albergo.

Secondo il capo di imputazione l’aveva minacciata di morte: “Ti strappo il cuore”, le aveva gridato in faccia. Poi aveva mostrato la lama di un coltello nascosto in tasca, facendole capire che se non avesse fatto quello che le chiedeva avrebbe

potuto andarci di mezzo il fratello più piccolo di lei, residente in Albania.

Lei aveva accennato quanto stava succedendo, al telefono, alle operatrici della casa protetta che la ospitava. Poi aveva dovuto interrompere la comunicazione. Il bambino andava protetto: lui prima di tutto.

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