TRENTINI DOC

Claus Soraperra, l’artista che teme il benessere

Figlio d’arte in cerca dell’identità “perduta” in Ladinia. Agli studenti insegna: «Liberatevi dalla tecnica: è schiavitù»

Claus Soraperra ti stringe forte la mano e insieme apre il sorriso. Sceglie con cura le parole e mentre ascolta ti perfora con lo sguardo: puntuto, dolomitico, ricco di colore come l’enrosadira, Soraperra è artista che ogni giorno si confronta coni suoi valligiani. I ladini.

Ebbene sì, Claus Soraperra teme il benessere. Mica perché non gli piace il benessere in sé, ma perché il benessere ferma tutto. Ferma le nostre energie, la nostra volontà, il nostro cervello. E quando pensa alla sua «Ladinia», alla sua Val di Fassa, intrappolata nella morsa del turismo-benessere, beh, lui ci vede il declino, la perdità di identità, anzi addirittura la perdita di senso.

Claus Soraperra, classe 1966 di Canazei, è figlio d’arte nonché d’artista. Nato in una famiglia che si è tramandata la passione per l’arte, ha seguito fin da piccino papà Virgilio che l’arte la viveva come un lavoro, un mestiere, un’attività naturale. Si alzava, faceva colazione, metteva il grembiule e iniziava a intagliare o a dipingere.

«Anche lui usciva da una famiglia di scultori e pittori di diverse generazioni e mi ha trasmesso il fascino dell’arte. È nato da una famiglia poverissima, che poi, uscita dalla guerra, non ha potuto dargli la possibilità di studiare alla scuola d’arte». Che invece Claus ha fatto: l’Istituto d’arte di Pozza di Fassa e poi l’Accademia di belle arti a Venezia. Però, è stato con il papà che Claus ha familiarizzato con l’arte, no? «Assolutamente. Mio padre ha avuto un grande periodo quando ha riempito la Val di Fassa di pitture murali: erano gli anni Ottanta, il momento in cui il turismo cominciava a fare capolino, e ci fu una grande committenza di pitture murali che andavano a riscoprire la vita agreste, i temi di caccia, i genitori che avevano costruito l’albergo... si mettevano cioè sul muro le tradizioni alpine, fassane, ladine. Io ho iniziato lì, sulle impalcature con papà». Difficile? «Tutt’altro: per me era naturale. La pittura murale su committenza ti dà grandissima serenità: non devi indagare nella tua indole. La pittura come ricerca è molto più emozionale: è lì che ripudio in tutto e per tutto la tecnica».

Eccolo qui, lo spirito ribelle: cominciamo. Lui ripudia la tecnica. «Ma è ovvio. Guardi che anche ai miei studenti, all’Istituto d’arte di Pozza dove insegno pittura, io dico: liberatevi dalla tecnica!».

Eppure serve la tecnica. Come diavolo si fa senza tecnica, scusi? «Ma certo che serve. Solo che poi ti rende schiavo. La tecnica è una trappola. Ha l’obiettivo di continuare qualcosa che non deve essere cambiato».

Beh certo, la tecnica fissa i canoni, ti tiene legato alla regola... «Bravo: la doratura a foglia d’oro si fa così, poi l’altra cosa si fa colà, e poi resti lì, fermo. Trasmetti la conoscenza e blocchi anche chi viene dopo di te». Ma non conserva la tradizione? «No perché è solo ripetizione. E la tradizione non è mica una cosa sempre uguale». Poi ci arriviamo, dai. «Sì. Guardi, sono un insegnante, quindi lo so benissimo che la tecnica ha valore, ci mancherebbe. Ma bisogna impararla e presto liberarsene: perché poi diventa aritigianato, lavoro meccanico. Quando mi metto davanti alla tela e indago non posso fermarmi alla tecnica che mi impone di fermarmi».

Ah sì, va bene, però anche lei ha avuto i prof all’Accademia. Le hanno insegnato a liberarsi della tecnica? «Certo! Mi hanno insegnato a indagare. Ma c’è anche chi mi ha detto: l’artista può cambiare il mondo! E io gli ho creduto. Che pivello». Ma come? «Gli ho creduto per dieci anni almeno. Poi ho visto che non riuscivo a cambiare neppure me stesso e ho deciso di guardare più semplicemente al mio mondo».

Che poi nel suo mondo, il suo piccolo mondo come lo chiama lui, c’è anche tutto quanto il mondo. La mostra allestita proprio adesso presso lo Spazio Alpino della Sat a Trento, in via Manci, «Liquids - Identità fluide nelle Alpi» (qui a fianco una delle opere) spiega la ricerca di Soraperra. Un’indagine dentro un’identità che si sta perdendo, schiava della fiction, dello spettacolo dei costumi, e spoglia di ogni nuovo contenuto.

Claus Soraperra nel 2011 nel suo...
Claus Soraperra nel 2011 nel suo studio (foto di Claudio Gottardi)

Ma è da qui che si può cambiare il mondo? Con opere che interrogano o che denunciano? Opere contemporanee, ritenute spesso difficili da comprendere? «Cambiare il mondo no. E anche cambiare di una virgola una piccola comunità è difficilissimo». Ma Claus ci prova, no? Tanto che alcuni valligiani lo etichettano come “comunista”. «Ma sì, cosa vuoi: è un modo per dire “diverso”, a volte “fastidioso”. E io sono contento. perché vuol dire che qualcosa accade. Infatti quando espongo e faccio incontri la sala in val di Fassa si riempie». E cosa dice Soraperra a quella sala? «Che i Ladini si stanno fermando. Si vuole rimanere ciò che si è soltanto perché c’è il temporaneo successo del turismo. Ma anche il benessere può essere una trappola se non capisci che devi cambiare: il mondo gira e fra un po’ quello star bene non funziona più. Se tu non hai identità non ti riconosce più nessuno e tu resti spaesato e disperso».

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Quali sono gli errori del turismo di adesso? «Che si propone la tradizione attraverso colori e costumi tradizionali, ma quella non è tradizione è uno spettacolo e basta: noi rischiamo di fare i figuranti dentro un mondo finto». E quindi sotto il vestito niente? C’è solo apparenza? «Sì, e mi chiedo: dove sta andando a finire la lingua ladina? Se perdi la lingua non la riesci più a riesumare o rievocare. La lingua ti permette di mantenere l’identità. Ma adesso con il turismo e con i turisti che non hanno bisogno di questo codice, la lingua non conta più. La lingua non ha un valore commerciale, anzi è quasi un ostacolo per il turista: meglio sapere italiano, tedesco e soprattutto inglese. E così l’identità si perde in un abito vuoto».

Bisogna salvare la lingua ladina, insomma. La lingua è sostanza: è il tuo mondo. Ma un’identità costruita solo sulla lingua rischia di divenire arma. «E infatti ora occorre avere tante identità: averne una sola è pericoloso. Ed è sbagliato perdere quella d’origine. Mio figlio, quindici anni, fa le “faceres”, le maschere lignee della Val di Fassa. Le abbiamo riscoperte».

Ora Claus torna in Valle. Le daranno ancora del comunista? «Certo. Ma sanno che sono un prodotto locale. Sanno che ho una storia ladina. E a volte si domandano: ma che c’avrà in mente il nostro Claus?».

Ha in mente i colori. I colori della sua terra. Del mondo.

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