autotrasporti

Crisi Artoni, in 60 rischiano il lavoro a Trento

Ieri i padroncini non pagati da mesi hanno bloccato l’accesso al magazzino. Un camionista è stato preso a sassate

TRENTO. La crisi della Artoni, storica azienda di trasporti e logistica con oltre 570 dipendenti in tutta Italia, arriva anche in Trentino dove 60 persone rischiano il posto. La crisi, latente da mesi, è esplosa negli ultimi giorni quando il colosso altoatesino degli autotrasporti, la Fercam, ha ritirato la sua offerta di salvataggio a causa dell’opposizione dei sindacati.

La Fercam, anche su sollecitazione del ministro del Welfare Giuliano Poletti, aveva elaborato un progetto per acquisire gran parte dell’attività della Artoni e salvare 400 dei 570 posti di lavoro, con la liquidazione pagata a tutti gli altri lavoratori. Ai sindacati, però, il piano non è piaciuto perché lasciava senza una prospettiva una grossa fetta di lavoratori.

Ma in questi giorni la situazione sta diventando ancora più drammatica. Infatti la Artoni non paga da mesi i padroncini che fanno le consegne e a Trento alcuni di loro hanno piazzato i loro camion all’ingresso del magazzino dell’azienda, in via Innsbruck. Non fanno né entrare né uscire nessuno. Così molte consegne sono inevase e non arrivano neanche le merci da fuori. Il blocco è stato messo martedì, ma ieri la si è sfiorata la rissa. Un camion proveniente dall’estero ha cercato di entrare nel magazzino, ma è stato preso a sassate dai padroncini esasperati.

Del resto la situazione è molto pesante per loro. La Artoni di recente aveva iniziato a pagare a 120 giorni. Quindi ci sono piccoli imprenditori che aspettano soldi da molte settimane. A Trento lavorano 8 dipendenti diretti dall’azienda e a questi si vanno ad aggiungere 20 dipendenti di una cooperativa che operano nel magazzino e circa 30 padroncini. La sede di via Innsbruck è regionale, ma adesso è letteralmente bloccata da tre camion che sono stati parcheggiati proprio sul cancello dell’azienda.

Una situazione che rischia di peggiorare ulteriormente se non si trova presto una soluzione per tutta l’azienda. La Artoni versa in cattive acque finanziarie da molto tempo. Era riuscita ad andare avanti grazie al credito che le era stato concesso dalle banche. A garanzia del credito l’azienda aveva dato gli immobili che possiede in tutta Italia. Si tratta di 39 immobili, tra sedi e magazzini. Con la crisi del mattone e del mercato immobiliare, però, questi immobili hanno perso di valore e, quindi, il credito delle banche diventava sempre più a rischio. Da qui è nata l’esigenza di trovare una soluzione definitiva.

La Fercam ci ha provato. Il suo progetto, oltre al salvataggio di 400 posti di lavoro prevedeva anche l’acquisizione di 22 sedi su 39 e il versamento di 60 milioni di euro. In questo modo l’azienda avrebbe anche potuto pagare, almeno in parte, i creditori e percorrere così la strada del concordato.

Da quando è stata fatta questa offerta, però, il valore del fatturato della Artoni è calato notevolmente.

L’opposizione dei sindacati, poi, ha allontanato le posizioni ulteriormente. Adesso si tratta di vedere se c’è lo spazio per recuperare oppure se non si torna indietro.

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