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Olivi, rivoluzione nel sistema turismo: via tutte le Apt

«Rete costosa, risorse da recuperare per prodotto e imprese e più fondi al servizio civile per qualificare l’autonomia»

TRENTO. Dice che la mattina si sveglia e, tra i mille impegni di assessore, quasi non si ricorda di essere anche candidato alle primarie per la scelta del candidato presidente. Ma in redazione Alessandro Olivi si presenta con una cartellina zeppa di note e di appunti. E non su carta intestata della Provincia: sui fogli campeggia infatti il logo del suo partito, il Pd.

Perché un elettore del centrosinistra autonomista sabato 13 luglio dovrebbe preferire lei agli altri candidati?

Faccio politica per passione. Ma esperienza e competenza non sono valori disgiunti. E in questi anni mi sono occupato di rapporti con un mondo che si interfaccia con il pubblico in una situazione di forte difficoltà: le imprese e il mondo del lavoro. Questo ha forgiato la mia sensibilità e la mia predisposizione a occuparmi di problemi concreti e a far sì che le politiche pubbliche diano risposte efficaci.

Sul fronte della crisi la giunta si è spesa molto. Qualcosa poteva essere fatto meglio?

Abbiamo affrontato la crisi già all’inizio della legislatura, con tempestività. Forse non abbiamo colto che non sarebbe stata una crisi temporanea e abbiamo agito prevalentemente con la finalità di proteggere il sistema. Ma in realtà c’è stato un cambio radicale di modello di sviluppo. Ora va accelerato il processo di riforma delle politiche pubbliche sui nodi strutturali: misure meno settoriali e frammentate.

Concretamente? Gilmozzi propone un azzeramento dell’Irap per due anni.

Il vero cambio di rotta consiste nel passare da interventi distributivi generici e orizzontali a incentivi che aggrediscano il vero punto di sofferenza delle imprese: il credito e la fiscalità. Quindi, una coraggiosa trasformazione delle misure tradizionali in favore di forti riduzioni degli oneri fiscali. Ma legando le agevolazioni a comportamenti virtuosi delle imprese.

Quindi non meno Irap per tutti, ma solo in cambio di impegni concreti.

Esatto. A partire dall’internazionalizzazione e soprattutto dell’occupazione: non solo la salvaguardia dell’esistente ma anche la sua implementazione. Altro strumento fondamentale per la crescita, favorire la nascita di nuove imprese in ambiti in cui la Provincia deve avere il coraggio di creare spazi per il privato: ambiente, turismo, lo stesso settore dei servizi alla persona.

Strumenti e cifre per farlo?

Spostando verso la defiscalizzazione una parte dei 150 milioni di euro che distribuiamo con la legge 6. Ma ripeto: non misure generaliste, che non producono selettività e sono una tantum.

Più protagonismo delle imprese. E va bene. Ma sul piano degli investimenti pubblici?

Nel settore della conoscenza, ricerca e innovazione, dobbiamo innescare meccanismi forti di ricaduta sul territorio. E quindi propongo un patto che non sia limitato agli enti di ricerca e alla Provincia che li finanzia: deve essere un’intesa triangolare. A questi progetti, già a livello decisionale, devono poter partecipare anche le imprese. Vorrei vedere il mondo produttivo protagonista in un accordo di programma che si apra alla compartecipazione, non finanziaria ma strategica, del privato.

E la produttività del sistema pubblico?

È un elemento decisivo. Ma si deve passare da un sistema in cui il pubblico detta la regola al privato, e poi lo controlla anche in chiave di conflittualità, ai cosiddetti “controlli-impulso”.

Vale a dire?

Indicare sì una regola prestazionale, ma affidarsi poi a un’autoregolamentazione nei procedimenti amministrativi, con la responsabilità dell’imprenditore. Accorciare insomma la filiera decisionale e trasferire quote di responsabilità sulle imprese.

Cioè meno burocrazia.

Assolutamente sì. Ma responsabilizzando le imprese.

Imprenditori e sindacati le riconoscono capacità di mediazione. Ma non rischia di essere un limite quando da presidente della Provincia si tratterà di fare scelte impopolari?

Non sono d’accordo. In futuro la Provincia dovrà assumere scelte e direzioni incompatibili con la gestione di un consenso consolidato. Non solo per il graduale affievolimento delle risorse pubbliche, ma in generale perché la comunità ci pone davanti alla necessità di scegliere le priorità con più coraggio. Questo però richiederà ancor più in futuro uno sforzo di coinvolgimento del corpo sociale.

Quindi meno Provincia?

Direi piuttosto meno ansia di dare risposte immediate unilaterali. Per questo rivendico lo sforzo di questi anni di costruire luoghi di discussione tra apparenti interessi contrapposti: è stato un modo per infondere alle parti sociali l’idea che deve farsi spazio un Trentino del “noi”: per fare questo serve un governo diffuso, non decisionismo solitario.

Quello che è sempre stato imputato a Dellai.

Se toccherà a me, mi assumerò il compito di tracciare un itinerario. Ma se finora ho soprattutto mediato, lo ho fatto sempre per arrivare dove pensavo si potesse arrivare.

Tornando alle scelte impopolari: quale sarà quella principale per il futuro presidente della Provincia?

Ridurre in maniera significativa la programmazione delle opere pubbliche nell’entità e nella tipologia con cui abbiamo abituato il territorio. Dovremo metterci attorno a un tavolo e dire che nei prossimi cinque anni ci saranno sì alcune opere strategiche da completare, ma che dobbiamo drasticamente ricollocare la spesa d’investimento su obiettivi più selezionati. Dovremo dire molti no. Non possiamo assolutamente incrementare il patrimonio immobiliare pubblico, che è già immenso.

Se diventasse presidente, dove metterebbe prima di tutto le mani? Magari settori finora fuori delle sue competenze, su cui in questi anni si è detto: io farei diversamente.

Il turismo: qui abbiamo il problema di recuperare circa un miliardo di Pil che ci separa dall’Alto Adige. E a questo proposito lancio una proposta choc.

Addirittura. Sentiamola.

Il sistema della promozione che prevede quattordici Apt va superato. Guardiamo a modelli più europei: meno costi sulla gestione della rete pubblica e più risorse su prodotto e imprese.

Propone uno scioglimento delle Apt per via legislativa?

Sì. D’altra parte sono nate proprio per legge. Oggi serve un’unica agenzia che promuova il Trentino come “brand” diffuso.

E al loro posto?

Consorzi a base volontaria, collocati a livello dei Comuni o delle Comunità, che sui territori promuovano una nuova cultura dell’ospitalità e un forte piano per la riqualificazione delle strutture ricettiva, a fronte del blocco delle seconde case. Serve una manovra robusta: defiscalizzazione, misure che possano riguardare gli oneri di urbanizzazione che i Comuni potrebbero ridurre o magari azzerare, partnership tra gestione delle strutture alberghiere e proprietà.

Ha citato Comuni e Comunità. La riforma istituzionale va bene così o va rimodulata?

La cosa peggiore per migliorare una riforma è avviare una controriforma. Avevamo una Provincia gonfia di competenze e una parcellizzazione municipale che faticava a sopravvivere. La parola chiave della riforma era sussidiarietà: cioè migrazione di poteri dalla Provincia ai territori. La riforma non è decollata proprio in questo: non è cambiata la Provincia. Se la riforma riguarda solo gli enti locali a valle della Provincia, non funzionerà mai.

L’effetto finora sembra infatti soprattutto quello di aver semplicemente spostato la conflittualità: dal livello Provincia-Comuni a quello Comuni-Comunità.

È mancata la destrutturazione del sistema provinciale. L’unico modo di fare decollare questo progetto strategico è sgonfiare la Provincia: spostare davvero competenze e persone, dislocando sul territorio pezzi di Provincia. Non uffici, ma funzioni e capitale umano: anche le parti migliori dei nostri quadri e dell’alta amministrazione. Il che non significa spostare fisicamente le persone, ma ragionare sulle reti. Poi metterei le mani anche nelle politiche del lavoro e in quelle giovanili.

In che termini?

Sul lavoro, politiche ancora più attive: abbiamo lavorato benissimo sull’assistenza, ma ancora non riusciamo a dare davvero più chance a chi viene tagliato fuori dal mercato. Il Trentino ha bisogno di meno egualitarismo e più universalismo, cioè occuparsi di chi ha davvero bisogno. E proprio su questo tema i giovani possono essere utilissimi. Penso al servizio civile, verso cui i finanziamenti statali sono ormai pressoché svaniti. La Provincia stanzia 800 mila euro all’anno, ma soddisfano appena un terzo di quei giovani che oggi chiedono di impegnarsi per un tratto della propria vita a fronte di un modestissimo sostegno al reddito.

Aumenterebbe quindi la dotazione finanziaria?

Nulla di insostenibile. Ma anche il doppio o il triplo, per aumentare la platea dei giovani a cui offrire questa opportunità: chiedendo loro di aiutarci a costruire una rete non solo di protezione, ma di spendibilità delle proprie competenze. Su questo settore il Trentino potrebbe dare all’autonomia un tratto qualitativo e virtuoso: non solamente regole, soldi e architettura istituzionale, ma senso di appartenenza e di coesione sociale.

Come si rapporterà con Roma se diventerà presidente?

Voglio avere la certezza delle risorse di cui disporre per poterle programmare: che siano anche minori, ma l’importante è evitare questa sfibrante negoziazione a seconda delle diverse esigenze statali. Quindi, il tema del residuo fiscale deve essere il paradigma. Tutte le nostre verifiche ci dicono che dall’Accordo di Milano in poi il gettito che la nostra autonomia produce è superiore alla spesa pubblica che assorbe. Questo principio va però codificato: determinando una volta per tutte i meccanismi di collaborazione solidale e puntando alla certezza delle risorse. Da scolpire nelle norme statutarie: sui nove decimi non possono esserci incursioni.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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