«Così le “Linee” di Melotti si trasformano in danza»

Rovereto, questa sera la “Compagnia 3D” sul palco del Teatro Zandonai Il secondo lavoro della serata sarà invece dedicato al tema della comunicazione

ROVERETO. Esito della residenza artistica presso il CID di Rovereto ospite del Festival Oriente Occidente, arriva a Teatro Zandonai, questa sera 19 maggio, il nuovo lavoro della Compagnia 3D-3dinamiche. La Compagnia trentina ruota attorno alla danzatrice e coreografa Francesca Manfrini che ha realizzato due lavori distinti, che verranno presentati oggi alle ore 20,30 ad ingresso gratuito previa prenotazione. Di questi due lavori, uno dedicato a Fausto Melotti e il secondo invece “Connections in Disorder” che si interroga sulla comunicazione, racconta la stessa Manfrini in attesa di assistere alla serata di danza in Teatro Zandonai.

Trascrivere Fausto Melotti in danza, come nasce l’ idea di questo lavoro?

«L’ idea nasce dal desiderio di lavorare su qualcosa di concreto e dalla curiosità che provo per il pensiero di Fausto Melotti che trovo moderno, quasi immortale in determinate sfaccettature. Trovo che la razionalità architettonica e l’ essenzialità musicale si sposino con grande stimolo e questo mi ha dato il gusto di creare un lavoro che potesse essere pensato anche per spazi insoliti».

“Linee” è un omaggio al genio di Melotti e alla sua appartenenza a Rovereto Come si fa a sintetizzare l’ opera di Melotti sul palco?

«Il lavoro si riferisce all’ ultima opera di Fausto Melotti da cui con Riccardo Ricci abbiamo anche tratto la scenografia. Mi sono ispirata a questa che considero l’ opera in cui Melotti ha voluto parlarci di morte. Forse perché la sentiva vicina ha voluto lasciarci il messaggio che siamo tutti mortali. Questo messaggio l’ ho trascritto in un passo a due di venticinque minuti. Sul palco quindi ci sono altri due danzatori e quindi siamo in tre, un’ ossatura che punta all’ essenzialità».

Quali musiche danno colore alla danza?

«Musiche contemporanee di classica d’ avanguardia che sottolineassero quanto Melotti sia parte ancora della nostra cultura con questo suo senso d'avanguardia. Non mancherà poi un brano di Ezio Bosso che oramai da sette anni, da quando ho debuttato come coreografa, mi accompagna musicalmente. Con quella nota di romanticismo fa da cerniera alla razionalità di Melotti che però è anche portatore di romanticismo. Lo spettacolo parla del passaggio “al di là”, con tutti i riferimenti letterari come per esempio a Montale».

Passaggi esistenziali in un'epoca che invece rifugge la profondità e appiattisce tutto?

«Ci sentiamo immortali e ci viene rimandata questa immagine in continuazione, eppure è una riflessione urgente che va affrontata e interiorizzata perché da il giusto senso alla nostra esistenza e alla vita in generale».

Una società piena di opportunità, la nostra, che però mostra grandi limiti come quello della comunicazione?

« “Connections in Disorder” è un lavoro sui disturbi della comunicazione fra cui anche l’ autismo. Ho sempre avuto grande curiosità circa la comunicazione e i suoi meccanismi. Credo che non esistano incapacità comunicative, ma piuttosto altre modalità di linguaggio che noi non interpretiamo in quanto non abbiamo imparato a decodificare. Perché quindi dover bollare la diversità come meno efficace solo perché ci prende alla sprovvista. I bambini autistici hanno strumenti propri per comunicare, non uguali ai nostri, ma il problema è nostro».

E come ci si approccia a mettere in danza un argomento come questo?

«Ho aperto un gruppo di lavoro con otto ragazze disposte a mettersi in gioco. Ci lavoriamo da novembre e mi ha aiutato molto il fatto che alcune di loro affrontano studi psicologici sull’ argomento. Ne è scaturito una coreografia di quaranta minuti leggera e ironica in cui il messaggio vuole essere che la comunicazione non deve essere data per scontata. Né che se qualcuno non è come noi va di conseguenza escluso e visto come diverso. Ognuno deve avere un’ opportunità di dialogo e condivisione».

Parlando invece di opportunità per la danza. Ci sono spazi per la danza che sta in quel confine fra affermato professionismo e amatoriale o scuole di danza?

«La mia è una Compagnia di danza professionista che si scontra con la mancanza o meglio la penuria di spazi per poter incontrare il pubblico. Abbiamo la grande fortuna di avere qui in Trentino il CID e di poter accedere ai Bandi come quello del Festival Oriente Occidente delle residenze. All’ estero è diverso c’ è più attenzione e sostegno per chi fa arte. In quindici anni che

faccio questo mestiere ho visto molta confusione, tanta passione e impegno, ma anche poca rete e poca consapevolezza di ciò che si sta facendo. Non saprei quale sia la strada da intraprendere ma sono sicura che occasioni come quelle date dal CID e Oriente Occidente siano rare e da preservare».

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