Tra rabbia e speranza
di Franco de Battaglia
Ricevi la nostra rabbia, Signore e trasformala in intimità”. Questa
preghiera, così laica e umana, pronunciata dal parroco di Canazei
mentre accoglieva la folla venuta per dare l’ultimo addio a Diego,
Erwin, Luca e Alessandro, si è dilatata ieri pomeriggio alle
montagne di tutta Fassa, di tutto il Trentino, come un velo capace
di avvolgere, nel suo misterioso e pacificato silenzio, la tragedia
della Val Lasties. Purificazione che subentra alla disperazione dei
perché senza risposta a morti così crudeli: questo sono stati i
funerali dei quattro uomini del soccorso alpino travolti dalla
valanga la sera di Santo Stefano, il giorno dopo Natale, mentre con
altri tre soccorritori, Martin, Roberto e Sergio, cercavano due
alpinisti dispersi nel Gruppo del Sella. Più che una cerimonia è
stato un incontro reciproco, pieno di dolore e di pudore, fra chi
se ne è andato e chi è rimasto. Le migliaia di volontari, amici,
cittadini sul freddo sagrato della chiesa, all’aperto, si sono
trovati immersi in una spiritualità raccolta, corale e al tempo
stesso personale, come dentro una piccola cappella alpestre. Ognuno
- e lo si vedeva osservandone i volti e le lacrime trattenute -
sentiva la messa come una cosa per sé, come un addio ad una parte
della propria vita, ma anche come una speranza di futuro, capace di
cambiare abitudini, relazioni, di renderle più sincere e buone,
proprio nel ricordo di uomini che si sono sacrificati per amore di
altri uomini.
Non è stato quindi un “funerale” quello di Canazei, e neppure
soltanto l’abbraccio commosso ai cari delle quattro vittime, alle
mogli e ai figli, a Igor ed Eleonora, al piccolo Micol, ai papà e
alle mamme. E’ stato un pellegrinaggio. Un venire insieme da tutti
i paesi e dalle valli, forse l’ultima gita da compiere con Diego,
Erwin, Luca e Alessandro, uomini di montagna, guide alpine e
maestri di sci, oltre che soccorritori. Un percorso da fare in
raccoglimento, con gli amici volontari nelle loro tute sgargianti,
i pompieri, gli alpini, le guide...i volontari amici accorsi da
tutti i paesi e le valli di montagna, dalla Gardena e dalla Valle
del Biois, dalle Marche e dall’Abruzzo, dalla Rendena e dall’Alto
Adige. Un pellegrinaggio soprattutto per rinnovare insieme, attorno
agli amici caduti, quel patto con la montagna che sorregge il
destino, prima ancora dell’identità, delle genti alpine, che è la
loro ragione d’essere, senza il quale non si è più se stessi, non
si è più uomini liberi. Non si riesce più ad amare, che vuol poi
dire vivere.
Il patto è che quando la montagna chiama alla montagna si
risponde. Chi vive in montagna lo sa. Quando sulla montagna un uomo
è in pericolo e ha bisogno di aiuto si va, perché è un fratello. La
solidarietà non è un regolamento, ma chi vive in montagna sa che,
se non si risponde quando la montagna chiama il giorno dopo si
inizia a morire. Dentro.
E’ vero, la montagna è diventata anche tante altre cose, interessi
ostentazioni, gioco. Ma non esiterebbe neppure in questo suo
consumo, tornerebbe un luogo vuoto da rimuovere dalle carte
geografiche (e qualcuno ci prova) se le genti di montagna, da
sempre, non fossero strette dalla consapevolezza comune che in
montagna ognuno rischia a proprie spese, ma quando la montagna
chiama si risponde. Senza questa solidarietà la montagna diventa
inutile, o si trasforma in una vita ad usura.
Il patto che ha sorretto il pellegrinaggio di Canazei per onorare
Diego, Erwin, Luca e Alessandro è stato evocato più volte nel corso
della cerimonia composta e intensa. L’ha ricordato l’arcivescovo
Bressan, quando ha detto che “la fede non toglie la sofferenza
della morte, ma la assume in nuova grazia”. “Diego, Erwin, Luca e,
Alessandero - ha proseguito - sono morti, travolti dalla valanga,
in un atto di amore per salvare altre vite. Il miglior omaggio alla
loro abnegazione sta di assumere su di sé il loro progetto di vita,
di solidarietà”. In questa visione grande l’arcivescovo ha invitato
a ricordare anche Fabio e Diego i due giovani alpinisti al cui
soccorso si era mossa la squadra di Canazei, “avvolti anch’essi nel
candore della neve”. Parole riprese poi dal presidente della
Provincia Lorenzo Dellai quando ha richiamato i valori che i
quattro “amici” hanno trasmesso con la loro morte, ma anche la
pietà profonda verso gli altri due alpinisti scomparsi “nostri
ospiti sulla montagna in questi giorni e quindi anch’essi amici”.