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venerdì 19.03.2010 ore 01.55
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IL RACCONTO

Tra rabbia e speranza

di Franco de Battaglia
Ricevi la nostra rabbia, Signore e trasformala in intimità”. Questa preghiera, così laica e umana, pronunciata dal parroco di Canazei mentre accoglieva la folla venuta per dare l’ultimo addio a Diego, Erwin, Luca e Alessandro, si è dilatata ieri pomeriggio alle montagne di tutta Fassa, di tutto il Trentino, come un velo capace di avvolgere, nel suo misterioso e pacificato silenzio, la tragedia della Val Lasties. Purificazione che subentra alla disperazione dei perché senza risposta a morti così crudeli: questo sono stati i funerali dei quattro uomini del soccorso alpino travolti dalla valanga la sera di Santo Stefano, il giorno dopo Natale, mentre con altri tre soccorritori, Martin, Roberto e Sergio, cercavano due alpinisti dispersi nel Gruppo del Sella. Più che una cerimonia è stato un incontro reciproco, pieno di dolore e di pudore, fra chi se ne è andato e chi è rimasto. Le migliaia di volontari, amici, cittadini sul freddo sagrato della chiesa, all’aperto, si sono trovati immersi in una spiritualità raccolta, corale e al tempo stesso personale, come dentro una piccola cappella alpestre. Ognuno - e lo si vedeva osservandone i volti e le lacrime trattenute - sentiva la messa come una cosa per sé, come un addio ad una parte della propria vita, ma anche come una speranza di futuro, capace di cambiare abitudini, relazioni, di renderle più sincere e buone, proprio nel ricordo di uomini che si sono sacrificati per amore di altri uomini.

 Non è stato quindi un “funerale” quello di Canazei, e neppure soltanto l’abbraccio commosso ai cari delle quattro vittime, alle mogli e ai figli, a Igor ed Eleonora, al piccolo Micol, ai papà e alle mamme. E’ stato un pellegrinaggio. Un venire insieme da tutti i paesi e dalle valli, forse l’ultima gita da compiere con Diego, Erwin, Luca e Alessandro, uomini di montagna, guide alpine e maestri di sci, oltre che soccorritori. Un percorso da fare in raccoglimento, con gli amici volontari nelle loro tute sgargianti, i pompieri, gli alpini, le guide...i volontari amici accorsi da tutti i paesi e le valli di montagna, dalla Gardena e dalla Valle del Biois, dalle Marche e dall’Abruzzo, dalla Rendena e dall’Alto Adige. Un pellegrinaggio soprattutto per rinnovare insieme, attorno agli amici caduti, quel patto con la montagna che sorregge il destino, prima ancora dell’identità, delle genti alpine, che è la loro ragione d’essere, senza il quale non si è più se stessi, non si è più uomini liberi. Non si riesce più ad amare, che vuol poi dire vivere.


 Il patto è che quando la montagna chiama alla montagna si risponde. Chi vive in montagna lo sa. Quando sulla montagna un uomo è in pericolo e ha bisogno di aiuto si va, perché è un fratello. La solidarietà non è un regolamento, ma chi vive in montagna sa che, se non si risponde quando la montagna chiama il giorno dopo si inizia a morire. Dentro.
 E’ vero, la montagna è diventata anche tante altre cose, interessi ostentazioni, gioco. Ma non esiterebbe neppure in questo suo consumo, tornerebbe un luogo vuoto da rimuovere dalle carte geografiche (e qualcuno ci prova) se le genti di montagna, da sempre, non fossero strette dalla consapevolezza comune che in montagna ognuno rischia a proprie spese, ma quando la montagna chiama si risponde. Senza questa solidarietà la montagna diventa inutile, o si trasforma in una vita ad usura.

 Il patto che ha sorretto il pellegrinaggio di Canazei per onorare Diego, Erwin, Luca e Alessandro è stato evocato più volte nel corso della cerimonia composta e intensa. L’ha ricordato l’arcivescovo Bressan, quando ha detto che “la fede non toglie la sofferenza della morte, ma la assume in nuova grazia”. “Diego, Erwin, Luca e, Alessandero - ha proseguito - sono morti, travolti dalla valanga, in un atto di amore per salvare altre vite. Il miglior omaggio alla loro abnegazione sta di assumere su di sé il loro progetto di vita, di solidarietà”. In questa visione grande l’arcivescovo ha invitato a ricordare anche Fabio e Diego i due giovani alpinisti al cui soccorso si era mossa la squadra di Canazei, “avvolti anch’essi nel candore della neve”. Parole riprese poi dal presidente della Provincia Lorenzo Dellai quando ha richiamato i valori che i quattro “amici” hanno trasmesso con la loro morte, ma anche la pietà profonda verso gli altri due alpinisti scomparsi “nostri ospiti sulla montagna in questi giorni e quindi anch’essi amici”.
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