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sabato 20.03.2010 ore 21.15
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La «medichessa» contro l'Aids

Suor Maria, 18 anni d'Africa e 5400 interventi chirurgici Guida un organismo internazionale che lavora con l'Onu
di Giorgio Dalbosco
TRENTO. Disarmante. Suor Maria Martinelli è di una semplicità d'animo e di una forza di carattere che ammutoliscono. Da un anno e mezzo è la coordinatrice del gruppo Aids dell'organismo internazionale cui aderiscono tutte le congregazioni religiose maschili e femminili. Da qualche mese è anche membro del direttivo della coalizione globale delle donne e l'Aids. Viene da un'esperienza africana durata 18 anni come chirurgo con cui ha fatto più bene lei di tutti i rosari recitati nel mondo. E' una donna dal viso bello, bello, forse perché molto semplice. Porta un caschetto di capelli neri grossi come spaghetti in cui affiorano, ormai abbondanti, fili argentei. Ma sotto quel caschetto e sotto una fronte ampia brillano occhi scuri, intelligentemente buoni e severi, qua e là vagamente, perfino ironici, quasi un suggello ad una visione realistica del mondo. Veste una gonna di jeans, una maglia bianca su cui, appeso ad una collana, affiora un grosso crocefisso, l'unico segno religioso di questa suora comboniana, sorella di otto anni più giovane del famoso cardiochirurgo trentino Luigi. Ma oltre ad essere medico (o, forse, lei preferisce essere chiamata medichessa), ha fatto contemporaneamente il muratore, l'imbianchino, l'insegnante, il primario di ospedale, l'autista, l'ingegnere civile. Adesso, per l'Aids, frequenta gli uffici al mondo che contano, Onu in primis.

Ad occhio e croce gli avversari non li doma, li persuade. Non ama i voli pindarici, preferisce essere concreta. Mi racconta un po' di tutto ciò a Calceranica nella cucina di casa di sua madre, donna trapiantata di cuore da suo figlio Luigi (una storia toccante) che se ne sta seduta accanto alla finestra ad ascoltarla. Maria, quel ''suor'' da preporvi non mi suona affatto, mi prepara il caffè parlandomi come fossi un amico di sempre. Accenna alla sua vita alternando cronaca a riflessioni, ricordi di emozioni a spunti di autoironia. I suoi genitori, dopo due maschi, Luigi e Paolo, hanno avuto anche lei, nel 1957.''Mi aspettavano in grazia. Boh'', se la ride socchiudendo gli occhi scuri dietro gli occhiali alla moda. Dopo aver custodito il segreto per lungo tempo - dagli anni mediani del liceo scientifico fino a quelli di metà università a Pavia - un bel giorno, proprio qui in questa cucina, ha deciso di svelare il segreto alla sola mamma. Le si è avvicinata e, spiegandole che in Africa c'era estremo bisogno di medici, con cautela le ha confidato che, una volta laureata o, forse, ancora prima, avrebbe fatto la suora missionaria. Ha pattuito con la mamma, visibilmente rattristatasi, che al papà - in quel periodo influenzato - l'avrebbe detto più in là, in altra occasione. E nel 1989, dopo la laurea, i primi voti e la specializzazione a Liverpool in medicina tropicale, è andata in Etiopia con il compito di supervisore dei dispensari della diocesi del Sud, di formatore degli infermieri e consulente dei casi clinici più gravi. Si è sobbarcata grandi fatiche, è andata incontro a pericoli, girando con un fuoristrada anche per centinaia di chilometri.


Più si guarda questa donna e più si capisce che ha fatto tutto con naturalezza, senza sentirsi mai un'eroina. ''Mannò. mannò. Davanti a certe disgrazie non ci si fa una corazza - mi spiega con fermezza - guai a farsela Si perderebbe il senso dell'umano. La razionalità è necessaria nell'organizzare il lavoro, ma la gente, in Africa, ha bisogno anche di relazionalità, anche di una pacca sulle spalle''. ''La solitudine? La paura di essere abbandonata da Dio davanti a tante miserie e dolori?'' Allarga le braccia: ''Ho sentito forte la solitudine professionale, quello sì. Molto forte ho sentito quella emotiva, soprattutto nei casi di difficile soluzione. Sai, sei sola... Ho sentito l'impotenza davanti al carico di lavoro e alla mancanza di personale. Ma, mi si creda, viene sempre in soccorso la comunità, il suo senso forte che tutto addolcisce. ''Sprizzano serenità quegli occhi scuri. Anche quando racconta di essere stata richiamata dai superiori in Italia, a 35 anni, nel 1992, di aver dovuto andare in Svizzera a studiare il francese per poter andare, poi, a voti perpetui, in Ciad a costruire, praticamente dal nulla, un ospedale, l'unico esistente per una popolazione sparsa su 7000 chilometri quadrati. Lì avrebbe fatto il primario e il chirurgo. Dapprima ha fatto però il muratore, l'ingegnere, l'imbianchino.
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