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venerdì 19.03.2010 ore 02.04
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soltanto noi

Anselmo e i mulini per «el zald»

Nella vecchia officina l'entusiasmo di un novantenne. A 6 anni perse un braccio: «Pensavo che a primavera ne rispuntasse un altro»
TRENTO. E', sputato, il vecchietto degli spaghetti-western. Magro, un po' ingobbito, berretto sdrucito con visiera e ragnatela, soltanto due denti a lato della bocca, mento sporgente dentro cui si affonda il labbro superiore. Ha la barba grigia da radere, la voce qua e là in falsetto, occhi velati di vecchiaia ma ancora vivaci, maglia con qualche buco di tarme sotto la giacca grigia da lavoro. E, dentro tutto ciò, una vita da raccontare. Lo guardo seduto su una panca, al primo caldo sole d'aprile, a ridosso di un muro, qui in mezzo alle poche case aggrumate di Fornaci di Pergine, immerse nel verde dei prati punteggiati dai colori dei fiori, con il sottofondo del canto di un gallo, dell'abbaiare di un cane, del gatto sonnacchioso, del belare di qualche pecora nell'ovile accanto. Sembra che il tempo, qui, si sia fermato. Osservo quest'uomo, la sua mano destra, nera, squadrata dalle fatiche, segnata da mille rughe e cicatrici, che si alza in aria a disegnare i geroglifici che sono stati la sua vita. Cerco con l'occhio la mano sinistra, ma vedo svolazzare soltanto brandelli della manica della giacca sotto i quali spunta un moncherino. Anselmo Dellai vive qui fin dalla nascita, cioè da quasi 90 anni.

Vive da solo, a casa sua, abbracciato e quasi coccolato dalla amicizia dei vicini, di Cristina Ferrari, Alessandro Dellai, Saverio Fedrizzi. Vive più o meno con il ritmo del sole, lavora ancora la campagna (granoturco e patate) e mi raccontano che quando avvia il trattore, vecchio come il cucco, dà strattoni al cordino dell'avviamento con conseguente canonica quanto preventivata sua capriola all'indietro. Anselmo affonda il naso aquilino nel mento, mi punta addosso gli occhi marrone e ricorda quella volta, a sei anni, quando era sulla''teza'', con fratello e sorella più grandi di lui, mandati su dalla mamma, ormai vedova di un uomo morto in guerra e sepolto a Bucarest, a tagliare con la trinciaforaggi l'erba per le bestie. E' un attimo. Perde di netto la mano, senza piangere per il dolore. Una ''corsa'' in carrozza trainata da cavalli all'ospedale di Trento. La mamma era disperata e lui, a sei anni, la rincuorava perché''mama, la man la me buta n'altra volta.'Na man l'è come en ram de'n alber en primavera.'' Un mese dopo era andato a scuola a imparare a scrivere e far di conto e a giocare con i compagni, come di mani, anche lui, ne avesse avute due. Una supplente, innervosita perché lui non riusciva altrettanto bene come i suoi compagni, gli chiese ragione e lui le mostrò il moncherino.''Poreta, la se sarìa butada zo dala finestra dalla vergogna'', ricorda. Studia, fa qualche anno di liceo scientifico, lavora alla Cassa Malati e poi alla Breda, a Roncegno. Faceva il marcatempo e le buste paghe per i minatori. In bici, andava a prendere i soldi, anche centomila lire, in banca a Borgo. Aveva paura delle rapine, ma chi mai avrebbe immaginato che un ometto così con un braccio solo, in bici, potesse portare un simile ''tesoro''? A casa, in campagna, però, c'è bisogno di lui, adesso che il fratello Mario, chissà dove, è prigioniero di guerra e che lui, accanto a sua madre trepidante, in cucina, con il pendolino sulla carta geografica e su una sua foto cerca e trova.


Povera donna, sua madre Tra le tante disgrazie, due figli morti di''colerite'', aveva salvato per miracolo proprio quel figlio ancora in fasce, buttandolo, dopo averlo trovato coperto come una mummia dalle formiche rosse, in una fontana. Si lecca le labbra sottili, spinge e solleva in alto il mento. Con la mano destra trae di tasca una scatola metallica della crema da scarpe Marga, la poggia sul moncherino, la apre, vi tuffa pollice e indice che porta, così, carichi di trinciato forte al naso. E tabacca. Compera il trinciato e se lo polverizza lui.''L'è sta le done del paes a usarme a tabacar, miga i omeni''. E chiude la scatola ormai lucida e consunta per l'uso. Donne? E' rimasto sempre da solo, ma, cosa importante, non è solo. Si infila un dito nell'orecchio a scuoterselo, e quel gesto, accompagnato da una risatina in falsetto, è il ''là'' di un aneddoto da malasanità d'altri tempi (1953) in cui lui è la vittima fortunata, sì, a sentir lui, fortunata. A Villa Igea lo operano di ernia al disco, lo ingessano dal torace fino all'inguine e lo mandano a casa garantendogli che lo chiameranno a visita di controllo. Dopo una ventina di giorni, però, la campagna lo ''chiama''. E lavora. Va su e giù dai monti anche se, con quell'armamentario di gesso addosso, ogni centinaio di metri deve fermarsi per poter respirare.
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