soltanto noi
Anselmo e i mulini per «el zald»
Nella vecchia officina l'entusiasmo di un novantenne. A 6 anni perse un braccio: «Pensavo che a primavera ne rispuntasse un altro»
TRENTO. E', sputato, il vecchietto degli spaghetti-western. Magro,
un po' ingobbito, berretto sdrucito con visiera e ragnatela,
soltanto due denti a lato della bocca, mento sporgente dentro cui
si affonda il labbro superiore. Ha la barba grigia da radere, la
voce qua e là in falsetto, occhi velati di vecchiaia ma ancora
vivaci, maglia con qualche buco di tarme sotto la giacca grigia da
lavoro. E, dentro tutto ciò, una vita da raccontare. Lo guardo
seduto su una panca, al primo caldo sole d'aprile, a ridosso di un
muro, qui in mezzo alle poche case aggrumate di Fornaci di Pergine,
immerse nel verde dei prati punteggiati dai colori dei fiori, con
il sottofondo del canto di un gallo, dell'abbaiare di un cane, del
gatto sonnacchioso, del belare di qualche pecora nell'ovile
accanto. Sembra che il tempo, qui, si sia fermato. Osservo
quest'uomo, la sua mano destra, nera, squadrata dalle fatiche,
segnata da mille rughe e cicatrici, che si alza in aria a disegnare
i geroglifici che sono stati la sua vita. Cerco con l'occhio la
mano sinistra, ma vedo svolazzare soltanto brandelli della manica
della giacca sotto i quali spunta un moncherino. Anselmo Dellai
vive qui fin dalla nascita, cioè da quasi 90 anni.
Vive da solo, a casa sua, abbracciato e quasi coccolato dalla
amicizia dei vicini, di Cristina Ferrari, Alessandro Dellai,
Saverio Fedrizzi. Vive più o meno con il ritmo del sole, lavora
ancora la campagna (granoturco e patate) e mi raccontano che quando
avvia il trattore, vecchio come il cucco, dà strattoni al cordino
dell'avviamento con conseguente canonica quanto preventivata sua
capriola all'indietro. Anselmo affonda il naso aquilino nel mento,
mi punta addosso gli occhi marrone e ricorda quella volta, a sei
anni, quando era sulla''teza'', con fratello e sorella più grandi
di lui, mandati su dalla mamma, ormai vedova di un uomo morto in
guerra e sepolto a Bucarest, a tagliare con la trinciaforaggi
l'erba per le bestie. E' un attimo. Perde di netto la mano, senza
piangere per il dolore. Una ''corsa'' in carrozza trainata da
cavalli all'ospedale di Trento. La mamma era disperata e lui, a sei
anni, la rincuorava perché''mama, la man la me buta n'altra
volta.'Na man l'è come en ram de'n alber en primavera.'' Un mese
dopo era andato a scuola a imparare a scrivere e far di conto e a
giocare con i compagni, come di mani, anche lui, ne avesse avute
due. Una supplente, innervosita perché lui non riusciva altrettanto
bene come i suoi compagni, gli chiese ragione e lui le mostrò il
moncherino.''Poreta, la se sarìa butada zo dala finestra dalla
vergogna'', ricorda. Studia, fa qualche anno di liceo scientifico,
lavora alla Cassa Malati e poi alla Breda, a Roncegno. Faceva il
marcatempo e le buste paghe per i minatori. In bici, andava a
prendere i soldi, anche centomila lire, in banca a Borgo. Aveva
paura delle rapine, ma chi mai avrebbe immaginato che un ometto
così con un braccio solo, in bici, potesse portare un simile
''tesoro''? A casa, in campagna, però, c'è bisogno di lui, adesso
che il fratello Mario, chissà dove, è prigioniero di guerra e che
lui, accanto a sua madre trepidante, in cucina, con il pendolino
sulla carta geografica e su una sua foto cerca e trova.
Povera donna, sua madre Tra le tante disgrazie, due figli morti
di''colerite'', aveva salvato per miracolo proprio quel figlio
ancora in fasce, buttandolo, dopo averlo trovato coperto come una
mummia dalle formiche rosse, in una fontana. Si lecca le labbra
sottili, spinge e solleva in alto il mento. Con la mano destra trae
di tasca una scatola metallica della crema da scarpe Marga, la
poggia sul moncherino, la apre, vi tuffa pollice e indice che
porta, così, carichi di trinciato forte al naso. E tabacca. Compera
il trinciato e se lo polverizza lui.''L'è sta le done del paes a
usarme a tabacar, miga i omeni''. E chiude la scatola ormai lucida
e consunta per l'uso. Donne? E' rimasto sempre da solo, ma, cosa
importante, non è solo. Si infila un dito nell'orecchio a
scuoterselo, e quel gesto, accompagnato da una risatina in
falsetto, è il ''là'' di un aneddoto da malasanità d'altri tempi
(1953) in cui lui è la vittima fortunata, sì, a sentir lui,
fortunata. A Villa Igea lo operano di ernia al disco, lo ingessano
dal torace fino all'inguine e lo mandano a casa garantendogli che
lo chiameranno a visita di controllo. Dopo una ventina di giorni,
però, la campagna lo ''chiama''. E lavora. Va su e giù dai monti
anche se, con quell'armamentario di gesso addosso, ogni centinaio
di metri deve fermarsi per poter respirare.