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venerdì 19.03.2010 ore 07.21
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«Traditi da gardenesi e badioti»

«Tengono divisi i ladini dolomitici completando l’opera del fascismo»
di Mauro Fattor
VIGO DI FASSA. Sono ormai un paio di settimane che la questione ladina tiene banco. Il sì del consiglio comunale di Cortina d’A mpezzo al referendum per la riunificazione di Ampezzano e Fodom alla Regione Trentino-Alto Adige, a cui hanno fatto seguito i sì di Livinallongo e di Colle Santa Lucia, ha di fatto aperto una fase nuova alimentando un dibattito talvolta sfociato in polemica aperta. Il presidente della Regione Veneto contro il presidente della Provincia autonoma di Bolzano Durnwalder, e poi commenti a caldo e reazioni a catena dei rappresentanti istituzionali dei ladini altoatesini. Tutto normale, tutto giusto. La richiesta di annessione dei comuni bellunesi è in fondo una richiesta che riguarda - per contiguità geografica - l’Alto Adige, e solo sul piano politico, in ottica regionale, lambisce le sponde trentine. Eppure. Eppure trattandosi di una richiesta che fa leva sulla comune identità delle genti ladine che vivono intorno al massiccio del Sella, sorprende un po’ l’apparente silenzio con cui l’intera vicenda è stata accolta in Val di Fassa e dalle istituzioni ladine trentine in generale. Quasi a marcare un certo distacco da vicende che non paiono, almeno in questo momento, destinate in alcun modo a mutare gli equilibri geopolitici delle valli ladine nel loro complesso. E così le speranze dei ladini ampezzani e fodomi si trovano oggi a fare i conti da una parte con la freddezza dei fratelli separati gardenesi e badioti, dall’altra con la lontananza e la sostanziale apatia dei ladini trentini. Un quadro non propriamente idilliaco, che però fotografa in modo sufficientemente realistico i confini e gli steccati che, al di là dei proclami unitari d’occasione, dividono oggi le valli ladine delle tre province. Confini invisibili che fanno della agognata Ladinia qualcosa di simile al Regno dell’Aurona delle leggende dolomitiche: dove sia nessuno lo sa. Del silenzio dei ladini trentini abbiamo chiesto ragione a Fabio Chiocchetti, direttore dell’Istituto culturale Ladino «Majon di Fascegn», che ha sede a Vigo di Fassa. Chiocchetti però non ci sta a farsi mettere sulla graticola e passa al contrattacco, senza tanti peli sulla lingua e con onestà intellettuale decisamente fuori dal comune.


Dottor Chiocchetti, come mai i ladini trentini hanno scelto di fare gli spettatori nella vicenda del referendum di Cortina e Fodom? Non una presa di posizione, niente di niente?
«No, questo non è vero. Se l’impressione è questa mi spiace, ma si tratta semplicemente di un difetto di comunicazione. Sulla stampa ladina la nostra posizione è uscita, e chiara».

E sarebbe?
«La sezione fassana dell’Union di Ladins si è espressa assolutamente a favore dell’iniziativa referendaria. Idem per la Ual, l’Union autonomista ladins, che si si è riunita lunedì scorso».

Senta, gardenesi e badioti sono un’ scettici circa la ladinità degli ampezzani. Lei cosa ne pensa?
«Le dico solo una cosa. Nel 1946 furono fassani ed ampezzani, non gli altoatesini, a dare vita al movimento della Zent Ladina Dolomites. Arrivarono ad avere diecimila iscritti, e furono loro ad organizzare il grande raduno di Passo Sella che protestava contro lo smembramento della Ladinia. Quegli uomini chiedevano il ritorno alla provincia di Bolzano della Val di Fassa, del Fodom e di Cortina d’Ampezzo. Se poi vuole sapere cosa penso io, personalmente, del referendum, glielo dico».

Dica.
«È un fatto molto importante, una rivendicazione di appartenenza che va rispettata prima di tutto sul piano umano. Per altri versi è un’iniziativa che può contribuire a rimettere in movimento un tavolo di discussione fermo da troppo tempo a causa della politica ottusa dei rappresentanti politici dei ladini altoatesini. In Gardena e Badia gli unionisti sono una netta minoranza».

Ma in Badia dicono che il ladino per un cortinese equivale a una lingua straniera.
«Li conosciamo questi discorsi. Ai ladini altoatesini piace distribuire patenti di ladinità: ladini di serie A, di serie B, di serie C. È un approccio molto rischioso che perde di vista il problema nelle sue linee generali».
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