«Traditi da gardenesi e badioti»
«Tengono divisi i ladini dolomitici completando l’opera del fascismo»
di Mauro Fattor
VIGO DI FASSA. Sono ormai un paio di settimane che la questione
ladina tiene banco. Il sì del consiglio comunale di Cortina d’A
mpezzo al referendum per la riunificazione di Ampezzano e Fodom
alla Regione Trentino-Alto Adige, a cui hanno fatto seguito i sì di
Livinallongo e di Colle Santa Lucia, ha di fatto aperto una fase
nuova alimentando un dibattito talvolta sfociato in polemica
aperta. Il presidente della Regione Veneto contro il presidente
della Provincia autonoma di Bolzano Durnwalder, e poi commenti a
caldo e reazioni a catena dei rappresentanti istituzionali dei
ladini altoatesini. Tutto normale, tutto giusto. La richiesta di
annessione dei comuni bellunesi è in fondo una richiesta che
riguarda - per contiguità geografica - l’Alto Adige, e solo sul
piano politico, in ottica regionale, lambisce le sponde trentine.
Eppure. Eppure trattandosi di una richiesta che fa leva sulla
comune identità delle genti ladine che vivono intorno al massiccio
del Sella, sorprende un po’ l’apparente silenzio con cui l’intera
vicenda è stata accolta in Val di Fassa e dalle istituzioni ladine
trentine in generale. Quasi a marcare un certo distacco da vicende
che non paiono, almeno in questo momento, destinate in alcun modo a
mutare gli equilibri geopolitici delle valli ladine nel loro
complesso. E così le speranze dei ladini ampezzani e fodomi si
trovano oggi a fare i conti da una parte con la freddezza dei
fratelli separati gardenesi e badioti, dall’altra con la lontananza
e la sostanziale apatia dei ladini trentini. Un quadro non
propriamente idilliaco, che però fotografa in modo sufficientemente
realistico i confini e gli steccati che, al di là dei proclami
unitari d’occasione, dividono oggi le valli ladine delle tre
province. Confini invisibili che fanno della agognata Ladinia
qualcosa di simile al Regno dell’Aurona delle leggende dolomitiche:
dove sia nessuno lo sa. Del silenzio dei ladini trentini abbiamo
chiesto ragione a Fabio Chiocchetti, direttore dell’Istituto
culturale Ladino «Majon di Fascegn», che ha sede a Vigo di Fassa.
Chiocchetti però non ci sta a farsi mettere sulla graticola e passa
al contrattacco, senza tanti peli sulla lingua e con onestà
intellettuale decisamente fuori dal comune.
Dottor Chiocchetti, come mai i ladini trentini hanno scelto
di fare gli spettatori nella vicenda del referendum di Cortina e
Fodom? Non una presa di posizione, niente di niente?
«No, questo non è vero. Se l’impressione è questa mi spiace, ma si
tratta semplicemente di un difetto di comunicazione. Sulla stampa
ladina la nostra posizione è uscita, e chiara».
E sarebbe?
«La sezione fassana dell’Union di Ladins si è espressa
assolutamente a favore dell’iniziativa referendaria. Idem per la
Ual, l’Union autonomista ladins, che si si è riunita lunedì
scorso».
Senta, gardenesi e badioti sono un’ scettici circa la
ladinità degli ampezzani. Lei cosa ne pensa?
«Le dico solo una cosa. Nel 1946 furono fassani ed ampezzani, non
gli altoatesini, a dare vita al movimento della Zent Ladina
Dolomites. Arrivarono ad avere diecimila iscritti, e furono loro ad
organizzare il grande raduno di Passo Sella che protestava contro
lo smembramento della Ladinia. Quegli uomini chiedevano il ritorno
alla provincia di Bolzano della Val di Fassa, del Fodom e di
Cortina d’Ampezzo. Se poi vuole sapere cosa penso io,
personalmente, del referendum, glielo dico».
Dica.
«È un fatto molto importante, una rivendicazione di appartenenza
che va rispettata prima di tutto sul piano umano. Per altri versi è
un’iniziativa che può contribuire a rimettere in movimento un
tavolo di discussione fermo da troppo tempo a causa della politica
ottusa dei rappresentanti politici dei ladini altoatesini. In
Gardena e Badia gli unionisti sono una netta minoranza».
Ma in Badia dicono che il ladino per un cortinese equivale
a una lingua straniera.
«Li conosciamo questi discorsi. Ai ladini altoatesini piace
distribuire patenti di ladinità: ladini di serie A, di serie B, di
serie C. È un approccio molto rischioso che perde di vista il
problema nelle sue linee generali».