L’economista a Trento per la settima edizione del Festival dell’Economia
TRENTO. «Le teorie più recenti mostrano che la disoccupazione non è sempre un male. Specialmente per chi sta entrando nel mondo del lavoro». È una delle riflessioni portate al Festival dell’economia di Trento dal Nobel per l’economia 2010 Christopher Pissarides. Ha riferito in proposito però differenze nel rapporto fra disoccupazione giovanile e totale, dai dati del 2005-2007. In Italia pari al 3%, in Germania poco oltre l’1%, in Spagna poco più del 2%, in Francia quasi il 2,5%.
«In periodi di recessione - ha fatto notare - gli effetti maggiori sono sulla creazione dei posti di lavoro, più che sulla diminuzione. Se dunque la capacità dei giovani di trovare un lavoro è metà rispetto agli adulti, quando i nuovi posti di lavoro diminuiscono, il loro ingresso al lavoro diminuisce proporzionalmente e la disoccupazione aumenta proporzionalmente. Una disoccupazione inevitabile, ma la politica - ha concluso - può aiutare a ridurre i costi per la società e per l’individuo, ad esempio con un mercato più flessibile».
Nella sua relazione Pissarides ha toccato tre temi fondamentalmente: le scelte dei giovani in relazione al mercato del lavoro; il confronto fra giovani e adulti rispetto alle variazioni del mercato del lavoro; le conseguenze della disoccupazione.
«Le scelte dei giovani in età da lavoro sono essenzialmente due: frequentare una scuola o un'università o provare a trovare un lavoro - ha spiegato - E' stato dimostrato che ad ogni avanzamento nel percorso scolastico corrisponderà poi nel corso dell'esistenza un reddito più alto e minori difficoltà in caso di crisi occupazionali. La disoccupazione affrontata da un non laureato è molto più difficile rispetto a quella affrontata da un laureato. In caso di crisi, subentrano altri problemi: anche rimanendo sul mercato del lavoro in generale lo stipendio cala così come le opportunità di crescita occupazionale. Comunque, i percorsi di studio e di formazione sono sempre una buona risposta alla recessione. Fra le politiche attive che i governi dovrebbero adottare un posto di primo piano è quello occupato dalle politiche per la formazione professionale e l'alta formazione.
Ancora sul versante delle scelte, un giovane lavoratore spesso tende a cambiare spesso lavori, all'inizio della carriera. Questo per molti versi è positivo, consente di fare esperienze e acquisire informazioni sulle varie opportunità di lavoro. Ciò però espone anche i giovani al rischio disoccupazione in caso di crisi: spesso sono loro ad essere lasciati a casa per primi.
Facendo una comparazione fra i giovani e gli adulti, solitamente i giovani sono maggiormente esposti alla disoccupazione ma per periodi più brevi. In media la disoccupazione giovanile (fino a 24 anni) è doppia rispetto a quella degli adulti, e tende a crescere nei paesi con alti tassi di disoccupazione. Combattere la disoccupazione significa anche disporre di buone informazioni, che però sono spesso costose. Non è facile trovare buone informazioni sul mercato del lavoro su internet, ad esempio, solitamente è meglio ricorrere a un consulente. La ricerca di un buon lavoro del resto è come la ricerca di un compagno di vita; bisogna dedicare ad essa tempo ed energie.
Ad influire sul rapporto giovani-adulti vi è poi la scelta operata dagli Stati: in molti paesi europei si destinano maggiori risorse ad affrontare la disoccupazione degli adulti.
Quali sono gli effetti della crisi? Una recessione colpisce sia giovani che adulti, ma i giovani, nei paesi con altri tassi di disoccupazione, come la Spagna i giovani soffrono di più (in Spagna quando la disoccupazione è cresciuta del 20% negli adulti, è cresciuta del 40% nei giovani).
In generale, la risposta giusta, durante una recessione, non è impedire alle aziende di licenziare ma creare nuovi posti di lavoro.
Riguardo agli effetti della disoccupazione di lungo termine, va detto innanzitutto che la disoccupazione è una delle maggiori cause di infelicità nelle persone assieme a lutti e divorzi. Le politiche pubbliche possono essere di aiuto, in particolare aiutando i giovani fin dal primo colloquio di lavoro o dalla stesura di un curriculum. Alcuni programmi governativi in questi settori funzionano e altri no. I governi possono anche facilitare il turn over, creare le condizioni affinchè sia più facile per un giovane aprire un'attività o entrare e uscire da un'esperienza lavorativa. Proprio i giovani, insomma, dovrebbero essere maggiormente interessati alla flessibilità. Di contro, le politiche che danneggiano maggiormente i giovani sono una eccessiva protezione del lavoro degli adulti, un salario minimo troppo elevato, ed infine il pensionamento anticipato, perché determina la crescita delle tasse, crescita che ricade sulle spalle dei giovani, e di contro non produce una domanda di lavoro qualificato, anche nel campo assistenziale».
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