Venerdì assemblea straordinaria. Dalpalù: «Due anni per i recessi»
di Roberto Colletti
Il presidente del Sait, Renato Dalpalù
TRENTO. Tra pochi giorni il nuovo statuto del Sait ed entro l'anno un nuovo progetto di Famiglia cooperativa. Una fase di trasformazione per la cooperazione di consumo, non più rinviabile: troppo importante il suo peso nell'economia provinciale, pesanti i problemi posti dalla lunga crisi agli equilibri delle imprese. «L'alternativa è netta: o troviamo la soluzione o saranno le circostanze ad imporcela» riassume Renato Dalpalù, presidente del Consorzio «non ho dubbi sulla scelta da fare: vogliamo essere noi i protagonisti del nostro futuro anche se discussione non sarà né semplice, né scontata». Due i nodi: il primo riguarda il rapporto tra le cooperative ed il Consorzio che debbono coniugare la libertà d'adesione con la responsabilità verso gli impegni finanziari; il secondo, anticipato nel meeting di Milano Marittima, è l'equilibrio che la Famiglia cooperativa deve trovare tra dimensione economica e la dimensione sociale. Il primo appuntamento è in agenda dopodomani, venerdì, giorno dell'assemblea straordinaria che aggiornerà lo statuto del Sait. La sostanza delle modifiche concerne il diritto di recesso, problema che si pone ciclicamente ed è tornato d'attualità nei mesi scorsi con la vivace polemica tra Consorzio ed i presidenti delle Famiglie di Pinzolo e di Aldeno. A tutt'oggi una Famiglia che voglia lasciare il Sait lo può fare alla fine dell'anno solare, purché lo comunichi entro il 30 settembre. «La libertà di recesso è un diritto sacrosanto. Ma va temperato con il principio di solidarietà», spiega Dalpalù. Un esempio: per realizzare il nuovo magazzino di Trento Nord, che serve tutte le Famiglie, il Sait ha investito 60 milioni di euro, impegnandosi con mutui bancari per anni. Un onere assunto sulla base della previsione delle proprie entrate. Ebbene se un socio - fatto effettivamente accaduto con la Famiglia della Valle di Non - decidesse improvvisamente di lasciare il Consorzio, il suo fatturato verrebbe meno, mettendo a rischio il piano d'ammortamento: «E danneggerebbe tutte le altre Famiglie, accollando loro la sua parte di costi. Ebbene, in questo caso la libertà deve essere mitigata dal principio di mutualità: liberi sì, ma senza pesare sugli altri». La proposta che sarà esaminata dall'assemblea suggerisce nuove modalità di recesso. Nel caso di investimenti di natura straordinaria, il consiglio d'amministrazione potrà proporre all'assemblea di sospendere per un certo numero di anni - «quelli iniziali, i più delicati» - il recesso delle cooperative; se, invece, una Famiglia non approvasse l'investimento potrà lasciare entro 60 giorni il Consorzio. E' evidente che se gli "abbandoni" fossero consistenti, il consiglio d'amministrazione sarebbe costretto a riconsiderare i propri progetti. Un'arma potente, questo diniego motivato, per dar peso ad un eventuale dissenso. E' prevista, poi, una modalità di recesso "ordinario", che potrà essere comunicato in ogni momento dell'anno, ma - diversamente dalla norma vigente - diverrà effettivo solamente alla chiusura del secondo esercizio successivo a quello in cui è stato notificato. Insomma, una "finestra" di due anni, sempre «per salvaguardare il principio di mutualità». Oppure, se si vorrà chiudere immediatamente il rapporto di fornitura, la cooperativa potrà pagare un indennizzo - «non mi piace che lo si chiami penale» - ai soci che rimangono, i quali altrimenti sarebbero costretti a sobbarcarsi la quota di costi fissi della Famiglia uscente, «il che non sarebbe giusto». A quanto ammonterà? La proposta è di quantificarlo nel 12 per cento calcolato sul 70 per cento del fatturato totale della Famiglia. «Una misura che tiene conto dei premi e dei ristorni medi. Chi se ne va non deve toglierli a chi resta», conclude Dalpalù.
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08 febbraio 2012