Dolcenera: «La mia musica non si ferma mai»

Intervista alla cantante ch questa sera sarà al Sociale

    TRENTO. Arriva lunedì 14 al Sociale "Evoluzione della specie tour teatrale", lo spettacolo che conferma la qualità di Dolcenera, un live studiato in versione da teatro. Un concerto che non solo presenta i brani inclusi nell'ultimo disco, ma anche i pezzi storici della cantautrice e le cover che hanno caratterizzato la sua crescita artistica. Lo spettacolo unisce musica, movimento scenico, disegni di luce e scenografie per affrontare il tema "Evoluzione della specie".

    Sul palco accanto alla cantante Dolcenera, voce e pianoforte, si esibiscono Lorenzo Ottonello alla batteria, Antonio Petruzzelli al basso, Mattia Tedesco e Salvatore Cafiero alle chitarre, Michele Papadia per tastiere e sinth.

    Cosa vuol dire per lei inaugurare un tour teatrale?
    Non è un momento facile quello che stano attraversando il teatro e la musica, per questo ritengo che lo spazio teatrale va ancora più rispettato, soprattutto nel senso artistico del termine. Lo spettacolo è quindi pensato in due momenti: uno acustico pianoforte e voce e un lato più aggressivo con band e set elettronico.

    Chi è la Dolcenera di "Evoluzione della specie"?
    Evoluzione è intesa in tutti i sensi, anche nell'evoluzione che ha avuto la mia musica in questo periodo, in cui mi sono addentrata nella ricerca del suono che il sintetizzatore, strumento degli anni '70, può dare in epoca moderna.

    Inaugura il cartellone Musica d'Autore, come ha strutturato lo spettacolo?
    Sarà uno spettacolo con molto movimento e luci, però trovo limitante classificare la musica. Quando si parla di cantautorato, si pensa al mondo sonoro di voce e chitarra e a quel determinato suono. Fuori dall'Italia, invece, il cantautorato ha un linguaggio musicale più innovativo, con ricerca di sonorità non per forza solo acustiche e testi generazionali anche duri, che rispettano il pensiero giovanile. In Italia, vedrei Caparezza fra i cantautori, anche se la sua non è la musicalità che si definisce cantautorale. Eppure, gliele canta a parecchi.

    Con "Il sole di domenica" sta andando molto forte in radio. Cosa rappresenta per lei questa canzone?
    In realtà, in molti mi hanno chiesto cosa volessi dire con il testo di questa canzone e, mentre la scrivevo, mi sono resa conto che è ermetica. Parla di come la diversità di pensiero sia un valore da salvaguardare in un periodo in cui ci vogliono unipensanti. Così, ci ho racchiuso il racconto di come uno la pensa.

    Dal 2002 a oggi, ha sfornato canzoni che hanno avuto una larga diffusione. Come si fa a scrivere sempre canzoni di successo?
    Penso che il successo sia la conseguenza della ricerca della bellezza, che per una canzone comprende anche la comunicazione, nel momento in cui non viene filtrata da altri aspetti. Il bello è la conseguenza del modo giusto e non banale con cui viene costruita la canzone, che deve essere fruibile e avere contenuti. Quando la canzone ha successo, contiene un messaggio, una forma linguaggio e tutti gli elementi devono essere arricchiti dall'armonia melodica, che si fonde con le parole in un tutt'uno.

    Quindi per lei arriva prima la musica o le parole?
    E' relativo. La difficoltà è creare l'armonia del testo con il tipo di mondo sonoro che lo rappresenta, in un'alchimia di cui la bellezza è la messa a fuoco.

    Cosa si porta a casa di tutte le esperienze che ha fatto all'estero?
    Fra Italia e estero, il rapporto con la musica è la differenza sostanziale. All'estero, infatti, tutti hanno un'educazione culturale alla musica. Non per nulla, in Germania c'è un'attenzione particolare alla musica e si è incrementato la vendita del cd. Escono dal lavoro e vanno ai concerti, alla ricerca di qualcosa di nuovo. La storia insegna che la cultura popolare non è fissa e in questi posti c'è tanta voglia di nuovo. Rispetto all'Italia, infatti, c'è un'avanguardia nella ricerca musicale elettronica che qui deve ancora arrivare.

    Ascoltando il suo ultimo album, lei sembra arrabbiata, nel senso che sembra ispirata da una rabbia di fondo. A cosa è dovuto?
    Ci vestiamo in tanti modi, ma la rabbia c'è ed è importante, perché, se si prova rabbia, si può cambiare. Quello che ha letto fra le righe è il senso di impotenza verso i meccanismi economici che ci stritolano. Che sono fuori dalla nostra portata, eppure caratterizzano il futuro. Meccanismi, peraltro, che non siamo più sicuri di poter assicurare alle nuove generazioni e meccanismi, ancora, di cui siamo vittime. La mia rabbia è nei confronti dell'eredità infima che lasciamo di questa epoca ai posteri.
    13 novembre 2011

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