di Alberto Conci
Capita anche questo. Di ritrovare casualmente su una grande piazza informatica come Facebook un profilo a mio nome, con qualche mia foto, aperto da qualche “buontempone” sconosciuto. E di scoprire che gli amici e i conoscenti allacciano contatti con questa persona convinti di comunicare con me. La storia si conclude con la chiusura del profilo da parte dell’amministratore di Facebook, ma impone almeno tre ordini di riflessione sull’uso della rete, sulle sue straordinarie potenzialità e sui suoi pericoli.
La prima è relativa alla percezione di fragilità di fronte all’incontrollabilità della rete. L’assoluta casualità con la quale ho trovato il profilo mi ha fatto molto riflettere. Nell’uso quotidiano della rete siamo abitudinari: la posta elettronica, qualche sito di interesse, talvolta qualche ricerca. Siamo tutti consapevoli che non possiamo pretendere di controllare un mondo di dimensioni sconfinate e in continua evoluzione. In fondo accettiamo con una certa leggerezza i rischi di questo mondo, ormai così importante nelle nostre vite; ma forse dovremmo porci più seriamente il problema della manipolabilità di tutto ciò che “gira” su internet. Probabilmente da questo punto di vista siamo entrati in una fase nuova, della quale siamo solo in parte consapevoli. Alcuni anni fa il problema sembrava essere quello del mantenimento dell’anonimato: niente foto, mail dai nomi pittoreschi, mille pseudonimi in chat.
Oggi, con l’avvento della “piazza” nel web si accetta di “esporsi”, di mettere in rete gli album di famiglia, i filmati, di farsi vedere sulla spiaggia o con i ramponi in cima a una vetta. Ma questa nuova fase, nella quale l’immagine la fa da padrone, ci pone problemi inediti per la tutela della persona. Soprattutto perché viene annullata la distanza fra pubblico e privato, che andrebbe invece custodita e salvaguardata.
La seconda considerazione riguarda il problema della libertà. Il fatto che oggi su internet sia possibile trovare di tutto ne fa un luogo ambiguo, espressione della massima democrazia e contemporaneamente luogo in cui tale libertà può convertirsi in tragico abuso. Anche questo tema meriterebbe un dibattito serrato, soprattutto perché c’è il rischio, tutt’altro che remoto, che i limiti della libertà assoluta del web vengano usati per sostenere politiche di eccessivo rigore. In altre parole politiche di limitazione della libertà nella rete potrebbero fondarsi sull’affermazione dei rischi della libertà stessa. La posta in gioco è altissima e riguarda la relazione, essenziale in ogni democrazia, fra libertà e responsabilità.
La terza considerazione è di carattere educativo. La presenza su queste nuove “piazze” informatiche, come Facebook, di un numero crescente di ragazzi va tematizzata sul piano educativo. Come adulti e come educatori dobbiamo chiederci quali siano gli strumenti critici da fornire ai ragazzi per muoversi in un mondo tanto complesso. Il problema non è tanto tecnologico o giuridico, quanto piuttosto culturale. A questo livello bisogna lavorare sulla necessità di non perdere di vista i confini morali, di mantenere la distinzione fra legittimo e illegittimo, di riconoscere la differenza fra responsabilità e irresponsabilità. Un compito nuovo e difficile, e che però appare ormai irrinunciabile per permettere ai ragazzi di fare di internet un luogo di apprendimento, di relazione e di crescita.
05 gennaio 2009