IL CASO

Pittore si finge morto
"Un'azione artistica"

Clamorosa beffa dell'artista trentino Giuseppe Debiasi che fa annunciare la sua morte e poi svela lo scherzo

    di Giancarlo Rudari Ieri il figlio ha chiamato giornali e televisioni annunciandone la morte improvvisa per infarto. Ma Giuseppe Debiasi, 61 anni, pittore trentino di Ala allievo del grande Emilio Vedova, è vivo e vegeto. E dopo aver letto i coccodrilli a lui dedicati, ha svelato il mistero: "L'ho fatto come azione artistica per richiamare il fatto che dell'arte non si interessa più nessuno tranne quando l'artista muore. Ormai il lavoro del pittore non conta nulla, contano solo le performance e le azioni eclatanti". Debiasi era già noto per alcune sue stranezze: in passato aveva dato fuoco ad alcune sue opere come forma di protesta per non essere stato accettato dal Mart (il Museo di arte moderna di Rovereto).

    Una «performance» d'artista? Oppure una trovata di pessimo gusto? O ancora una provocazione finita tra la rabbia degli amici, quelli veri, che lo davano per morto e morto non è? In ogni caso Giuseppe Debiasi un obiettivo lo ha raggiunto: far parlare di sé.

    La notizia che Debiasi era ancora vivo è arrivata in serata, al termine di una lunga giornata convulsa, dopo mille telefonate sul suo cellulare e su quello del figlio che squillavano a vuoto. Una giornata contrassegnata da voci contrastanti sull'effettivo trapasso, sulla credibilità delle dichiarazioni del figlio (che ancora ieri alle 13.30 si ostinava a confermare il decesso del padre nonostante il suo racconto diventava via via meno credibile per tutta una serie di elementi), sulle modalità e tempi per il trasporto della salma e il funerale.

    «Non è più con noi Giuseppe Debiasi, artista, di 61 anni. E' venuto a mancare lasciando nel dolore quanti l'hanno conosciuto: lo annunciano i figli e parenti tutti. I funerali avranno luogo in forma strettamente privata»: il suo volto sorridente, quasi beffardo, campeggia ancora sulle necrologie affisse ai muri. Ma ieri sera, al di là della crassa risata del figlio Damiano al telefono a performance (o sceneggiata) conclusa, Giuseppe Debiasi ha sfogato tutto il suo livore nel raccontare le ragioni della sua "scomparsa".

    Perché proprio un annuncio di morte? Non poteva trovare altre forme e modi per esternare la rabbia di un artista ignorato?
    Le istituzioni ignorano me e tanti altri validissimi artisti trentini. Nessuno sa cosa faccio, dove abito, quali sono le mie opere esposte qui a casa mia. Nessuna istituzione ha acquistato quadri miei, mai un invito, mai un'occasione per far vedere la mia produzione.

    Mania di persecuzione?
    No: è un dato di fatto. Non solo io ma tanti altri colleghi siamo tagliati fuori dall'assessore provinciale Margherita Cogo, non veniamo assolutamente considerati e valutati per quello che facciamo, siamo umiliati. E allora ho detto basta: bisognava arrivare ad un gesto estremo.

    Beh, farsi passare per morto e poi «resuscitare» non è stato forse eccessivo?
    Non si può fare il romantico tutta la vita. Non sono più disposto a credere continuamente alle promesse che arrivano da destra e da sinistra quando magari ti incazzi e poi tutto finisce lì. Con la mia provocazione ho voluto anche enfatizzare la morte: siamo di passaggio, le persone devono dialogare, confrontarsi, mettersi in discussione...

    Ma al di là di aver voluto lanciare un messaggio alle istituzioni, non ha pensato al dolore provocato negli amici?
    E' vero, non ci ho pensato a sufficienza. Molti mi hanno telefonato piangendo e insultandomi: hanno ragione e chiedo loro scusa. Non sono così cinico, ma penso che con il tempo comprenderanno le ragioni di questo mio gesto.

    Come bruciare le sue opere? Che risultato ha ottenuto?
    Bella domanda. Nulla, nessun risultato. Ecco perché oggi sono arrivato a tanto. Mi è costato, ma non avevo scelta. Ma non demordo. Continuerò ancora a lottare, ma intanto non sto fermo: ho mostre a Basilea, Berlino, in Giappone.

    Due giorni di silenzio, chiuso in casa con il figlio e il cane. Non ha parlato  proprio con nessuno? Quanto pensava di portare avanti la sua provocazione?
    Solo una telefonata con il mio amico Attilio Dall'Agnola al quale non potevo non rispondere. Avrei potuto resistere ancora però poi ho pensato che sarebbe bastato così e allora per non tirare troppo la corda ho detto fine. Ma non finisce qui, mi sa che questa non è assolutamente l'ultima botta...

     

    20 maggio 2008

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